"Divide et
impera". Non c'è locuzione migliore
per definire quella tendenza politica degli ultimi anni, che nel Vecchio
Continente ha visto governi anteporre esigenze di stabilità e governabilità
alla tradizionale caratterizzazione identitaria che per secoli ha contrapposto
tendenze conservatrici e progressiste. E' l'idea contemporanea di “Grande
Coalizione”, riproposta, guarda caso, nel 2005 dalla Germania di Angela Merkel
e ripresa recentemente dal liberale olandese Mark Rutte, che per assolvere ai
gravosi compiti imposti dalla limitrofa Bruxelles ha deciso di formare un
governo liberal/laburista.
E l'Italia? La patria
linguistica della locuzione latina, riuscirà a introdurre nella propria cultura
politica questi elementi di novità, tipicamente nordici, improntati sull'azione
congiunta di forze politiche agli antipodi per la responsabile difesa della ragion
di stato?
Forse no; e c'è la
possibilità di ricavarne le ragioni attingendo alla prospettiva storica e
sociologica. Sul primo fronte occorre partire dalla formazione del Regno
d'Italia, che agli albori ha introdotto elementi di unità politica e
amministrativa prima che vi fosse un tessuto sociale omogeneo; o addirittura un
popolo italiano che percepisse il senso di appartenenza nazionale “ex novo” e
le istanze di un'unità calata dall'alto, grazie alla lungimiranza politica
sabauda, e corroborata dal basso grazie all'azione corsara di un gruppo di
rivoluzionari il quale aveva come elemento di spicco, oltre al celeberrimo
Garibaldi anche Francesco Crispi, la cui storia è un'amara evocazione di uno
spirito che accomunerà numerosi attori politici futuri: il passaggio
dall'incorruttibile candore rivoluzionario della gioventù, al discutibile senso
istituzionale, tutt'altro che integerrimo, della successiva azione politica.
Sul fronte
sociologico, quello italiano è un popolo che ha vissuto e vive tutt'ora in
fazioni, gruppi di potere, corporazioni, correnti dove non è importante
imprimere l'idea di coesione alla propria identità, bensì accentuare il più
possibile le proprie peculiarità rispetto all'altro campanile, esasperando le
magagne altrui con iperboli denigratorie, talvolta politically uncorrect,
talvolta ai limiti della legalità; il tutto condito mediaticamente con un tocco
scandalistico che stuzzica lo spirito da voyeur di molti lettori e spettatori.
E' l'Italia faziosa dei Guelfi e dei Ghibellini quella che s'è imposta nel
1994, con la contemporanea nascita della II Repubblica e del berlusconismo; è
un'Italia pre unitaria quella dei proclama della Lega Nord contro il lassismo
pseudo-borbonico del Sud Italia, con annunci scissionistici politicamente
utopici ma elettoralmente efficaci.
E ora arriva la
politica. Sebbene Mannheimer sostenga in contrario, c'è da dubitare che
l'agguerrito elettorato italiano sia disposto ad accettare che il proprio riferimento
partitico deponga le armi per siglare un
solidale armistizio con i rivali; convinti che in situazioni di crisi solo le
proprie ricette politiche possano risultare, se non prelibate, digeribili. Nel
primo caso in cui in Italia si presentò un governo di larghe intese (chiamato
all'epoca “Solidarietà Nazionale”) i moventi erano prettamente politici: il
golpe cileno, le stragi di Brescia (28 maggio 1974) e dell'Italicus (4 agosto)
suggerirono l'entrata del PCI nella «maggioranza parlamentare programmatica»
del IV governo Moro - La Malfa, con il leader democristiano in prima fila per
superare le pregiudiziali del passato e includere un PCI oramai votato
all'Eurocomunismo piuttosto che a un'ossequiosa fedeltà alla linea sovietica.
Oggi la presenza di un involontario governo di larghe intese ha un movente
esclusivamente finanziario: la crisi del debito pubblico italiano con
conseguenti rischi sulla sua insolvibilità, ha indotto l'Olimpo della Troika a
nominare, con intercessione terrena di Giorgio Napolitano, Mario Monti alla
guida del paese. Con effetti non banali sulla claudicante democrazia italiana:
da un lato Monti ha dato la percezione di essere un rappresentante rispettabile
agli occhi di una comunità internazionale memore di predecessori al limite dell'ignominia;
dall'altro la sua azione governativa e il fatto di essere stato nominato e non eletto, hanno gettato di riflesso un
forte discredito sulle istituzioni, culminato con l'attacco al Quirinale ordito
da organi di stampa, costituzionalisti, magistrati ordinari, e con l'expoit
elettoral-sondaggistico di Beppe Grillo. La cui propaganda violenta, volgare,
apocalittica, è la faccia “cattiva” di un'antipolitica di cui fa parte anche
Mario Monti, seppur con parvenze sobrie, istituzionali, rassicuranti;
un'antipolitica salutare quella dell'attuale premier, cui ci si è dovuti
affidare sia per il suo indiscusso prestigio internazionale, sia per supplire
al deficit di credibilità della politica italiana nel suo complesso. Nel 2013,
quando questa imprescindibile parentesi tecnica volgerà al termine, la politica
dovrà tornare a ricoprire gli scranni da cui si gestisce la res pubblica; con
un rinnovamento negli organigrammi e nei programmi che tenga a mente l'Agenda
Monti, ma dandole una caratterizzazione e una linfa politica. Una linfa
socialdemocratica se dovesse vincere il PD di Bersani, ipermontiana se dovesse
spuntarla una coalizione centrista (con a capo Passera?) in continuità totale
con l'operato dell'attuale esecutivo; senza dimenticare l'operazione revival di
una possibile ricandidatura di Berlusconi e l'incognita M5S. In attesa che
dalle Camere esca un accordo sulla legge elettorale che garantisca un premio di
maggioranza ampio al primo partito e quindi una garanzia sulla futura
governabilità, il vero auspicio è che la politica sappia riprendersi quel ruolo
strategico di tramite fra Stato e cittadini, offuscato agli occhi di
quest'ultimi per colpe che non trovano responsabili se non nella politica miope
e autoreferenziale degli ultimi vent'anni.
Giacomo Di Stefano
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