martedì 18 settembre 2012

Grosse Koalition? Meglio di no.

"Divide et impera".  Non c'è locuzione migliore per definire quella tendenza politica degli ultimi anni, che nel Vecchio Continente ha visto governi anteporre esigenze di stabilità e governabilità alla tradizionale caratterizzazione identitaria che per secoli ha contrapposto tendenze conservatrici e progressiste. E' l'idea contemporanea di “Grande Coalizione”, riproposta, guarda caso, nel 2005 dalla Germania di Angela Merkel e ripresa recentemente dal liberale olandese Mark Rutte, che per assolvere ai gravosi compiti imposti dalla limitrofa Bruxelles ha deciso di formare un governo liberal/laburista.
 
E l'Italia? La patria linguistica della locuzione latina, riuscirà a introdurre nella propria cultura politica questi elementi di novità, tipicamente nordici, improntati sull'azione congiunta di forze politiche agli antipodi per la responsabile difesa della ragion di stato?

Forse no; e c'è la possibilità di ricavarne le ragioni attingendo alla prospettiva storica e sociologica. Sul primo fronte occorre partire dalla formazione del Regno d'Italia, che agli albori ha introdotto elementi di unità politica e amministrativa prima che vi fosse un tessuto sociale omogeneo; o addirittura un popolo italiano che percepisse il senso di appartenenza nazionale “ex novo” e le istanze di un'unità calata dall'alto, grazie alla lungimiranza politica sabauda, e corroborata dal basso grazie all'azione corsara di un gruppo di rivoluzionari il quale aveva come elemento di spicco, oltre al celeberrimo Garibaldi anche Francesco Crispi, la cui storia è un'amara evocazione di uno spirito che accomunerà numerosi attori politici futuri: il passaggio dall'incorruttibile candore rivoluzionario della gioventù, al discutibile senso istituzionale, tutt'altro che integerrimo, della successiva azione politica.
Sul fronte sociologico, quello italiano è un popolo che ha vissuto e vive tutt'ora in fazioni, gruppi di potere, corporazioni, correnti dove non è importante imprimere l'idea di coesione alla propria identità, bensì accentuare il più possibile le proprie peculiarità rispetto all'altro campanile, esasperando le magagne altrui con iperboli denigratorie, talvolta politically uncorrect, talvolta ai limiti della legalità; il tutto condito mediaticamente con un tocco scandalistico che stuzzica lo spirito da voyeur di molti lettori e spettatori. E' l'Italia faziosa dei Guelfi e dei Ghibellini quella che s'è imposta nel 1994, con la contemporanea nascita della II Repubblica e del berlusconismo; è un'Italia pre unitaria quella dei proclama della Lega Nord contro il lassismo pseudo-borbonico del Sud Italia, con annunci scissionistici politicamente utopici ma elettoralmente efficaci.
E ora arriva la politica. Sebbene Mannheimer sostenga in contrario, c'è da dubitare che l'agguerrito elettorato italiano sia disposto ad accettare che il proprio riferimento partitico  deponga le armi per siglare un solidale armistizio con i rivali; convinti che in situazioni di crisi solo le proprie ricette politiche possano risultare, se non prelibate, digeribili. Nel primo caso in cui in Italia si presentò un governo di larghe intese (chiamato all'epoca “Solidarietà Nazionale”) i moventi erano prettamente politici: il golpe cileno, le stragi di Brescia (28 maggio 1974) e dell'Italicus (4 agosto) suggerirono l'entrata del PCI nella «maggioranza parlamentare programmatica» del IV governo Moro - La Malfa, con il leader democristiano in prima fila per superare le pregiudiziali del passato e includere un PCI oramai votato all'Eurocomunismo piuttosto che a un'ossequiosa fedeltà alla linea sovietica. Oggi la presenza di un involontario governo di larghe intese ha un movente esclusivamente finanziario: la crisi del debito pubblico italiano con conseguenti rischi sulla sua insolvibilità, ha indotto l'Olimpo della Troika a nominare, con intercessione terrena di Giorgio Napolitano, Mario Monti alla guida del paese. Con effetti non banali sulla claudicante democrazia italiana: da un lato Monti ha dato la percezione di essere un rappresentante rispettabile agli occhi di una comunità internazionale memore di predecessori al limite dell'ignominia; dall'altro la sua azione governativa e il fatto di essere stato nominato e  non eletto, hanno gettato di riflesso un forte discredito sulle istituzioni, culminato con l'attacco al Quirinale ordito da organi di stampa, costituzionalisti, magistrati ordinari, e con l'expoit elettoral-sondaggistico di Beppe Grillo. La cui propaganda violenta, volgare, apocalittica, è la faccia “cattiva” di un'antipolitica di cui fa parte anche Mario Monti, seppur con parvenze sobrie, istituzionali, rassicuranti; un'antipolitica salutare quella dell'attuale premier, cui ci si è dovuti affidare sia per il suo indiscusso prestigio internazionale, sia per supplire al deficit di credibilità della politica italiana nel suo complesso. Nel 2013, quando questa imprescindibile parentesi tecnica volgerà al termine, la politica dovrà tornare a ricoprire gli scranni da cui si gestisce la res pubblica; con un rinnovamento negli organigrammi e nei programmi che tenga a mente l'Agenda Monti, ma dandole una caratterizzazione e una linfa politica. Una linfa socialdemocratica se dovesse vincere il PD di Bersani, ipermontiana se dovesse spuntarla una coalizione centrista (con a capo Passera?) in continuità totale con l'operato dell'attuale esecutivo; senza dimenticare l'operazione revival di una possibile ricandidatura di Berlusconi e l'incognita M5S. In attesa che dalle Camere esca un accordo sulla legge elettorale che garantisca un premio di maggioranza ampio al primo partito e quindi una garanzia sulla futura governabilità, il vero auspicio è che la politica sappia riprendersi quel ruolo strategico di tramite fra Stato e cittadini, offuscato agli occhi di quest'ultimi per colpe che non trovano responsabili se non nella politica miope e autoreferenziale degli ultimi vent'anni.
 
Giacomo Di Stefano
 
 

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