sabato 6 ottobre 2012

L'orecchia alla pagina

 

Salire sui punti più alti e pericolosi dei monumenti e trasformarli in improponibili giacigli al fine di occuparli e gridare una protesta.
 

Una azione questa che sembra non essere più così anomala viste e considerate le recenti esperienze di Roma sulla cupola della basilica di San Pietro e di Venezia sull’altrettanto noto campanile di San Marco. Alcuni uomini spinti da motivi ben precisi hanno deciso di impadronirsi, seppur per poche ore, dei due monumenti dando loro un motivo in più per essere sotto gli occhi di tutti.
Ma di questi tristi eventi credo debba far riflettere più di tutto una sfumatura particolare; e cioè l’idea che non fossero motivati dal perseguimento di battaglie strettamente personali. Ed allora a maggior ragione: perché un uomo dovrebbe rischiare la propria vita per dare voce al suo dissenso? Simili casi nel passato sono stati dopotutto caratterizzati da una latente sensazione di distacco che si verifica tra chi si espone così, come vittima spericolata e protagonista allo stesso tempo, e chi, da sotto, guarda impaurito e rasserenato di non essere in quello stesso posto. Questo distacco oggettivo è una naturale e cruda realtà che da sempre si legge negli occhi degli uomini. Ed invece questa volta la sensazione è stata diversa perché, in un certo senso, ad una simile dimostrazione è mancato quello sterile sapore amaro di disperazione, il quale, sebbene ci rammarichi, dopotutto, per quanto ci si possa immedesimare, non ci appartiene.

 
Ad onor del vero una esplicita e plateale minaccia di suicidio non è emersa, o forse i media la hanno  taciuta. Peraltro non si è neanche assistito ad una diretta trattativa per dissuadere il gesto. Ma nonostante questo il segnale che rimane è sempre comunque forte perché viola i canoni del consueto modus di esercitare il diritto all’espressione. È come se si avesse il bisogno di elevarsi fisicamente al di sopra degli altri per far sentire la propria voce ed in qualche modo far valere la propria superiorità, un po’ come vuole lo stereotipo del re sul suo trono. La differenza è che ciò che viene elevato non è superiorità né autorità, bensì vergogna, disperazione per uno status che manda in rovina la vita delle persone. ma ci si può poi chiedere: è necessario tenere in considerazione il fatto che Marcello De Finizio, l’imprenditore triestino che si è calato su uno dei lucernai della famosissima cupola, non sia un neofita di questo tipo di atti? Non nel contesto che stiamo vivendo.

 
Sarebbe sciocco non voler rendersi conto che le esigenze messe in mostra hanno perso il senso di discutibilità. Lo hanno perso poiché non hanno più la forza di aspettare né tavole rotonde, tantomeno iter legislativi complicati. Le proteste avevano certamente un fulcro preciso, rappresentato dalle concessioni dei suoli demaniali e dalle condizioni contrattuali e lavorative della Vinyls di Porto Marghera, ma non hanno lasciato intendere che fossero portate avanti solo per questi motivi. Credo piuttosto che siano state una goccia che fa traboccare un vaso già pieno delle negligenze delle nostre istituzioni e delle problematiche sovranazionali a cui siamo andati incontro.

 
La richiesta quanto mai esplicita è di non permettere che si perda altro tempo prezioso.

 
Certamente chi srotola uno striscione dal campanile di San Marco non scriverà quali ingranaggi del mercato del lavoro e della previdenza sociale abbiano smesso di girare. Per questo si trova costretto a sottolinearlo e a chiedere una soluzione. “Non basterà la solita pacca sulla spalla” dice intervistato al telefono Marcello De Finizio. Non può e non deve bastare, penso io, e la speranza comune dovrebbe auspicarsi che un messaggio del genere venisse seriamente preso in considerazione. Così facendo un domani ci si ricorderà e ci si potrà scandalizzare di come fosse necessario arrivare a questo punto per avere un riscontro con le istituzioni. La pacca sulla spalla è certo che non porterà nessun vento di rinnovamento.

 
Per cui se queste azioni finissero nel libro degli eventi accaduti in questo periodo di cambiamenti sarebbe opportuno mettere un’orecchia a quella pagina, non perché siano elementi su cui fondare riforme, ma perché siano di monito alle conseguenze più gravi cui si andrebbe incontro se rimanessero inascoltate.
 
Alberto D'Antoni

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