Non è forse mettendo in atto una corretta politica economica
che l’economia mantiene il suo naturale processo di sviluppo e crescita o lo
riprende se scossa da incertezza che la fa vacillare? A mio avviso si, è
assolutamente necessaria per intraprendere un percorso florido. C’è bisogno
della politica economica come strumento calibrato, deciso per costruire la
strada che possa realmente essere considerata via di sviluppo. Ma questa strada deve essere completata prima di
incominciare a percorrerla? Nossignore, anche perché l’UE ne è dimostrazione. Sulla
base di un progetto comune approvato, si può anche essere disposti a vedersela
costruire qualche chilometro innanzi, e contare sul fatto che percorrendola non
si arriverà mai al cantiere. Perché il cantiere, metafora delle istituzioni
europee, che ha in mano gli strumenti di politica economica, dovrebbe essere in
grado di utilizzarli al fine di costruire abbastanza rapidamente in modo tale da
non essere mai raggiunto e non creare quindi alcun intoppo.
Inoltre, risvolto positivo della costruzione congiunta all’utilizzo, è che il cantiere, sulla base dei chilometri già percorsi dai viaggiatori, dovrebbe saper modificare le tecniche di costruzione al fine di valutare il lavoro svolto, migliorarsi e rendersi i compiti più agevoli. Questo significa fare della buona politica economica.
Inoltre, risvolto positivo della costruzione congiunta all’utilizzo, è che il cantiere, sulla base dei chilometri già percorsi dai viaggiatori, dovrebbe saper modificare le tecniche di costruzione al fine di valutare il lavoro svolto, migliorarsi e rendersi i compiti più agevoli. Questo significa fare della buona politica economica.
Quello europeo è un viaggio che ha queste fattezze ma con
delle piccole differenze. La prima è che le istituzioni europee, il cantiere,
hanno per loro stessa volontà pochi strumenti da utilizzare. Nessuna politica
fiscale e poca capacità di manovra monetaria. Fare questo è come costruir una strada
consci del fatto di non voler installare la segnaletica. La seconda differenza,
oramai evidente agli occhi di tutto il mondo, è che, sulla strada già costruita,
i viaggiatori (i paesi dell’Euro Area) avanzano ognuno per conto proprio e
qualcuno, pensando di essere ad una gara, lascia terribilmente indietro qualche
altro rendendo così irregolare il traffico verso il cantiere. Questa disomogeneità
aumenta le possibilità che il cantiere non riesca a rendere più efficienti le
sue fatiche. In ultimo, ma non meno importante, bande di predoni moderni
(traders e finanza speculativa) gettano chiodi sulla strada sperando di
saccheggiare il più possibile. Praticamente, agli occhi di chi guarda, l’Europa
si palesa come una scena di automobili impazzite che viaggiano, talune
zigzagando, senza una segnaletica precisa cui fare riferimento, nel traffico di
un enorme cantiere alla mercé di banditi autorizzati dalla società.
È evidente che le cose siano state decise in tempi
precedenti, forse troppo lontani per capire a quali condizioni si andava
incontro una volta cominciato questo euro-viaggio. Le decisioni di politica
economica non dovrebbero nascere, infatti, semplicemente da principi sterili
che non si adattano alla realtà, ma dovrebbero saper essere in grado di
rivestire qualsiasi necessità che si manifesti, anche durante il processo di
costituzione. Il recente caso BCE-Draghi ne è una prova, dato che borse e
mercati non aspettavano altro per essere rassicurati.
Molte autorevoli opinioni[1] però sembrano
essere contrarie acciocché il cambiamento di quei principi di fondo avvenga in
questo momento, nonostante abbiano dimostrato finora di non essere all’altezza.
Sono contrarie perché hanno capito solo ora che se si vuole incominciare a
viaggiare comodamente, in strade sicure, tutte quelle auto devono diventare un
solo pullman e che il cantiere deve acquisire quelle competenze e quei ruoli
che fino ad ora si è negato. Eppure sembra ci sia timore, forse di perdere le
proprie tradizioni, la propria lingua o forse e più in generale di perdere la
propria sovranità nazionale. Sono preoccupazioni a volte comprensibili e giustificabili,
a volte decisamente esagerate e forse “complottiste”, ma che comunque mal si
abbinano al progetto europeo. D’altro canto il processo di unificazione, nato
si da una idea politica, ma tuttavia portato avanti solo con strumenti
economici di dubbia qualità, ha risentito molto della mancanza di coesione
politica necessaria e sotto questi scarsi requisiti potrebbe sembrare molto più
complicato portarlo fino in fondo. Alcuni accorgimenti sono perciò necessari se
interessa che l’Euro abbia uno scopo. Dopo tutto, il succo della questione sta
proprio qui, ossia decidere di portarlo avanti veramente oppure no. Ogni passo
che verrà fatto in Europa dovrà avere una precisa valenza che indichi in quale
direzione il progetto comunitario si sta muovendo. Il destino dell’eurozona
potrebbe anche smentire l’immagine di Europa unita per cui i padri costituenti ne
avevano posto le fondamenta. Se si accetta di costruire un’Europa composta di
stati omogenei di fronte alle istituzioni sovranazionali, molte delle conseguenze
cui stiamo andando incontro, tra cui la perdita di sovranità, sono necessarie,
e non si può prescindervi.
Alberto D'Antoni
[1]Galli della Loggia E. “La
moneta dei più forti” Corriere della Sera
5 agosto 2012
Micossi S. “La perdita di sovranità è colpa nostra” Corriere della Sera 6 agosto 2012
Lidia Undiemi ex IDV ha mosso un appello a tutti i
cittadini europei presentando un dossier nel quale invita a diffidare di ogni singola
azione volta alla costituzione dell’EMS a sostituzione del fondo salva stati
(FESF) http://www.palermoreport.it/images/stories/pdf/esm_Dossier_SME_Undiemi.pdf

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