martedì 11 settembre 2012

Eurostrada

Non è forse mettendo in atto una corretta politica economica che l’economia mantiene il suo naturale processo di sviluppo e crescita o lo riprende se scossa da incertezza che la fa vacillare? A mio avviso si, è assolutamente necessaria per intraprendere un percorso florido. C’è bisogno della politica economica come strumento calibrato, deciso per costruire la strada che possa realmente essere considerata via di sviluppo. Ma questa strada deve essere completata prima di incominciare a percorrerla? Nossignore, anche perché l’UE ne è dimostrazione. Sulla base di un progetto comune approvato, si può anche essere disposti a vedersela costruire qualche chilometro innanzi, e contare sul fatto che percorrendola non si arriverà mai al cantiere. Perché il cantiere, metafora delle istituzioni europee, che ha in mano gli strumenti di politica economica, dovrebbe essere in grado di utilizzarli al fine di costruire abbastanza rapidamente in modo tale da non essere mai raggiunto e non creare quindi alcun intoppo.
Inoltre, risvolto positivo della costruzione congiunta all’utilizzo, è che il cantiere, sulla base dei chilometri già percorsi dai viaggiatori, dovrebbe saper modificare le tecniche di costruzione al fine di valutare il lavoro svolto, migliorarsi e rendersi i compiti più agevoli. Questo significa fare della buona politica economica.
Quello europeo è un viaggio che ha queste fattezze ma con delle piccole differenze. La prima è che le istituzioni europee, il cantiere, hanno per loro stessa volontà pochi strumenti da utilizzare. Nessuna politica fiscale e poca capacità di manovra monetaria. Fare questo è come costruir una strada consci del fatto di non voler installare la segnaletica. La seconda differenza, oramai evidente agli occhi di tutto il mondo, è che, sulla strada già costruita, i viaggiatori (i paesi dell’Euro Area) avanzano ognuno per conto proprio e qualcuno, pensando di essere ad una gara, lascia terribilmente indietro qualche altro rendendo così irregolare il traffico verso il cantiere. Questa disomogeneità aumenta le possibilità che il cantiere non riesca a rendere più efficienti le sue fatiche. In ultimo, ma non meno importante, bande di predoni moderni (traders e finanza speculativa) gettano chiodi sulla strada sperando di saccheggiare il più possibile. Praticamente, agli occhi di chi guarda, l’Europa si palesa come una scena di automobili impazzite che viaggiano, talune zigzagando, senza una segnaletica precisa cui fare riferimento, nel traffico di un enorme cantiere alla mercé di banditi autorizzati dalla società. 
È evidente che le cose siano state decise in tempi precedenti, forse troppo lontani per capire a quali condizioni si andava incontro una volta cominciato questo euro-viaggio. Le decisioni di politica economica non dovrebbero nascere, infatti, semplicemente da principi sterili che non si adattano alla realtà, ma dovrebbero saper essere in grado di rivestire qualsiasi necessità che si manifesti, anche durante il processo di costituzione. Il recente caso BCE-Draghi ne è una prova, dato che borse e mercati non aspettavano altro per essere rassicurati.
Molte autorevoli opinioni[1] però sembrano essere contrarie acciocché il cambiamento di quei principi di fondo avvenga in questo momento, nonostante abbiano dimostrato finora di non essere all’altezza. Sono contrarie perché hanno capito solo ora che se si vuole incominciare a viaggiare comodamente, in strade sicure, tutte quelle auto devono diventare un solo pullman e che il cantiere deve acquisire quelle competenze e quei ruoli che fino ad ora si è negato. Eppure sembra ci sia timore, forse di perdere le proprie tradizioni, la propria lingua o forse e più in generale di perdere la propria sovranità nazionale. Sono preoccupazioni a volte comprensibili e giustificabili, a volte decisamente esagerate e forse “complottiste”, ma che comunque mal si abbinano al progetto europeo. D’altro canto il processo di unificazione, nato si da una idea politica, ma tuttavia portato avanti solo con strumenti economici di dubbia qualità, ha risentito molto della mancanza di coesione politica necessaria e sotto questi scarsi requisiti potrebbe sembrare molto più complicato portarlo fino in fondo. Alcuni accorgimenti sono perciò necessari se interessa che l’Euro abbia uno scopo. Dopo tutto, il succo della questione sta proprio qui, ossia decidere di portarlo avanti veramente oppure no. Ogni passo che verrà fatto in Europa dovrà avere una precisa valenza che indichi in quale direzione il progetto comunitario si sta muovendo. Il destino dell’eurozona potrebbe anche smentire l’immagine di Europa unita per cui i padri costituenti ne avevano posto le fondamenta. Se si accetta di costruire un’Europa composta di stati omogenei di fronte alle istituzioni sovranazionali, molte delle conseguenze cui stiamo andando incontro, tra cui la perdita di sovranità, sono necessarie, e non si può prescindervi.
Alberto D'Antoni
 

[1]Galli della Loggia E. “La moneta dei più forti” Corriere della Sera 5 agosto 2012
 
Micossi S. “La perdita di sovranità è colpa nostra” Corriere della Sera 6 agosto 2012
 
Lidia Undiemi ex IDV ha mosso un appello a tutti i cittadini europei presentando un dossier nel quale invita a diffidare di ogni singola azione volta alla costituzione dell’EMS a sostituzione del fondo salva stati (FESF) http://www.palermoreport.it/images/stories/pdf/esm_Dossier_SME_Undiemi.pdf 
 
 

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