Gli obiettivi finali di una politica monetaria possono essere la stabilità dei prezzi e/o la stabilizzazione del PIL reale sul valore corrispondente al tasso reale di disoccupazione. L’influenza che gli obiettivi finali hanno nell’operato delle banche centrali dipende dall’importanza relativa con cui essi vengono trattati nel mandato che attribuisce a tali istituzioni la responsabilità della politica monetaria. La politica monetaria nell’ Unione Monetaria Europea (UME) è perseguita dalla Banca Centrale Europea (BCE). L’articolo 105[1] del trattato di Maastricht conferisce priorità assoluta al perseguimento della stabilità dei prezzi da parte della BCE. Gli strumenti che la BCE può utilizzare per raggiungere tale obiettivo sono: la variazioni nel tasso ufficiale di sconto; le variazioni nel coefficiente di riserva obbligatoria delle banche; le operazioni di rifinanziamento al sistema bancario (tra cui le operazioni di marcato aperto).
Questi strumenti sono direttamente controllabili dalla banca centrale ed influenzano il “tasso overnight” a cui le banche si prestano denaro, il quale è un indicatore del livello di liquidità presente nel sistema economico. Il perseguimento di un determinato “tasso overnight” è funzionale all’ottenimento di un particolare livello di inflazione, precedentemente fissato e comunicato, e per questo è anche detto obiettivo intermedio di politica monetaria.
La scelta di un particolare obiettivo intermedio di politica monetaria comporta in sostanza la scelta della strategia di politica monetaria che la banca centrale intende perseguire per raggiungere l’obiettivo finale. Una strategia come quella appena descritta è chiamata di “inflation targeting”. Le basi teoriche che sottostanno il mandato unico della BCE, ovvero la strategia di “inflation targeting”, risiedono nel dogma macroeconomico del “new consensus ”. Questo afferma che la politica monetaria non influenza il livello potenziale (o naturale) dell’out-put, il quale può essere determinato solo da cambiamenti esogeni dell’offerta aggregata tramite shock della produttività o aumenti della forza lavoro. Il “new consensus” ritiene l’inflazione nel lungo periodo un fenomeno monetario. Sottoscrivendo la dicotomia classica, esso attribuisce alla politica monetaria solamente effetti reali nel breve periodo, e nega totalmente l’idea che possa influenzare l’offerta aggregata. L’unico obiettivo che può quindi porsi una politica monetaria seconda questa teoria è di controllare l’andamento dei prezzi.
La BCE per ottenere la stabilità dei prezzi controlla l’andamento dell’aggregato monetario M3 (il legame tra aggregati monetari e prezzi è di derivazione monetarista), l’indice dei prezzi effettivi e quello dei prezzi attesi. Se l’andamento di questi tre indicatori fa prevedere che il tasso d’inflazione futuro differisce da quello prestabilito (intorno al 2%), ossia è presente uno squilibrio tra domanda e offerta aggregata di beni, la BCE interviene variando il tasso ufficiale. Se il tasso d’inflazione atteso è al di sopra di quello prestabilito, significa che la domanda aggregata sta crescendo più dell’ offerta aggregata, la BCE dovrà quindi aumentare i tassi di interesse, portando così la domanda aggregata al livello dell’offerta (data esogenamente), con il fine di riallineare il tasso di inflazione atteso a quello prestabilito.
La strategia di politica monetaria “Inflation Targeting” non è l’unica che una banca centrale può mettere in atto, vi sono altri obiettivi intermedi che possono essere attuati in funzione del peso relativo di uno dei due obiettivi finali. Fino agli inizi degli anni settanta del secolo scorso per la maggior parte delle banche centrali nazionali la stabilità dei prezzi era un obiettivo secondario rispetto alla crescita e quindi alla diminuzione dell’occupazione. In questo contesto molte banche centrali fissarono un obiettivo intermedio di tasso di interesse basso e costante al fine di favorire gli investimenti e la crescita –Interest Rate Targeting-. Una strategia di questo tipo fa perdere alla banca centrale il controllo della quantità di moneta, poiché per evitare aumenti del tasso d’interesse la banca centrale compra titoli al prezzo corrente facendo aumentare l’offerta di moneta. Questa politica porta all’aumento del tasso d’inflazione, ed è stata abbandonata in seguito al primo shock petrolifero che ha amplificato l’aumento dei prezzi. Molte Banche Centrali passarono così a un obiettivo intermedio in termini di tasso di crescita di un aggregato monetario –Monetary Targeting- sulla base dell’ipotesi che esista una relazione stabile tra tasso di crescita dell’offerta monetaria e tasso d’inflazione. Questa strategia entrò in crisi nel corso degli anni novanta quando con il fiorire di strumenti finanziari sempre più evoluti, la crescente innovazione tecnologica nei pagamenti e la deregolamentazione, minò la stabilità della domanda di moneta. Questo indebolì il legame tra obiettivo finale e obiettivo intermedio, ovvero rese molto difficile la previsione da parte del policy maker della quantità di moneta compatibile con l’obiettivo finale d’inflazione.
Esistono anche strategie ibride di politica monetaria. Il Federal Reserve System (FED), ossia la Banca centrale responsabile di una delle aree monetarie più importanti del mondo, gli Stati Uniti, mostra nel suo mandato un duplice obiettivo finale. Il Humphrey-Hawkins Full Empoyment Act approvato dal congresso nel 1978 prevede che la FED debba “mantenere la crescita di lungo periodo degli aggregati monetari e creditizi compatibile con il potenziale di espansione economica di lungo periodo, in modo tale da perseguire efficacemente gli obiettivi di massima occupazione, prezzi stabili e tassi di interessi a lungo termine moderati”. Questa formulazione consente alla FED di essere poco legata a particolari dogmi teorici e di risolvere pragmaticamente le problematiche che si trova a dover affrontare. Il pragmatismo è storicamente una virtù cui la FED non ha mai voluto rinunciare, a conferma di ciò si hanno i molteplici diversi obiettivi che nel corso degli anni sono stati affidati alla banca. La concretezza della FED è oggi esplicata da come ogni sei settimane il Federal Open Market Committee determina il tasso sui fondi federali, basandosi sulla situazione economica corrente e reagendo ad eventuali cambi nelle grandezze fondamentali. Questa modalità operativa conferisce alla FED un vantaggio in termini comparati con la BCE, troppo costituzionalmente legata ad una visione particolare dell’economia che non gli consente di adeguarsi alle nuove evidenze, alle nuove teorie o in generale ai cambiamenti nel mondo. “They [BCE] react to the failure of their politic by reaffirming faith in the underlying doctrines, every failure becomes, by definition, proof that greater doctrinal purity is require. […] It has not acquired the capacity to doubt. But, as the American experience makes clear, doubt is a very useful thing in monetary policy”. (James K. Galbraith (2006), “Endogenous doctrine, or, why is monetary policy in America so much better than in Europe”, Journal of post keynesian economics, pag 425). [2]
Francesco Struzzi
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