L’ultima pubblicazione ad interim[1] del 29 marzo 2012 della Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE, Organisation for Economic Co-operation and Development - OECD) riguardo l’Economic Outlook dei paesi che ne fanno parte mette in mostra aspetti economici importanti e diversi tra loro.
La prima parte dell’assessment si rivolge al tema della crescita affrontando dati di cui noi guardiamo specialmente gli ultimi due trimestri del 2011 e le stime sui i primi due del 2012. Anche se nel breve periodo sembra che le le stime mostrino un netto miglioramento, gli indicatori non nascondono una cronica fragilità legata principalmente all’incertezza dei mercati. Questo si riflette in una differenza nei dati relativi alla crescita del PIL tali da avere, sostiene l’OCSE, in una mano le economie degli USA e del Canada e nell’altra l’Europa, laddove le prospettive peggiorano passando dalla prima alla seconda. A conferma di questo, proprio il dato aggregato sulla crescita dei tre paesi più grandi d’Europa (Germania, Francia, Italia) chiude e riapre in negativo. Da notare, però, che i dati italiani sono nettamente peggiori degli altri due così da trascinare in basso il trend aggregato.
Gran parte della molta incertezza che rimane, si sostanzia nelle innumerevoli politiche di business implementation non ancora terminate, sebbene strutturate, ma ancora assolutamente necessarie. L’OCSE, nei riguardi dell’ area euro, si sofferma con forza su alcune di queste. In generale auspica un miglioramento nei sistemi di protezione e garanzia al fine di riuscire ad incrementare i livelli di fiducia. In particolare, sottolinea una necessità di misure a sostegno del settore finanziario, come per esempio la ricapitalizzazione delle banche. In aggiunta, c’è il riscontro di un importante squilibrio nelle partite correnti proprio tra i paesi dell’unione e questo non può essere superato se non con delle riforme atte alla regolamentazione del sistema fiscale e della circolazione di merci e lavoro.
Nonostante la rilevazione dei dati connessi al rischio sostenuto nei mesi passati mostri una evidente riduzione della tensione sui mercati, l’OCSE non lascia spazio alla possibilità di “compiacersi” poiché ritiene non sia ancora possibile individuare un significativo
punto di svolta né in termini specifici di tail risks (rischio estremo, “di coda”), né in termini più generici di fiducia dei mercati.
È interessante confrontare i diversi stati di fiducia riscontrati dall’articolo negli USA e nella zona dell’ Euro. Negli Stati Uniti è evidente come l’ outlook positivo si sia riflesso anche in un miglioramento nella fiducia di imprese e consumatori. Stessa cosa, invece, non si può dire dell’ Area Euro che mostra ancora fragilità e debolezza affossando il suo tasso di attività e così anche la sua crescita.
L’OCSE ne denuncia infatti una disparità nel lato degli investimenti o dei costi di indirizzamento così come nel lato della domanda. Tuttavia, sebbene in alcuni paesi si stia tentando di sanare questo disequilibrio, questa operazione richiede ancora tempo e politiche economiche specifiche per poter essere completa.
Non sono, certamente, di aiuto i giudizi sui debiti sovrani che richiedono ancora alti rendimenti nonostante in Grecia, ad esempio, si stia da tempo mettendo in atto una forte ristrutturazione del debito pubblico. A questo proposito invece, nel bilancio pubblico Statunitense, è previsto nel 2013, a meno di cambiamenti nelle misure adottate dai policy makers, un ridimensionamento non indifferente in virtù di un netto taglio dell’imposizione fiscale e della conseguente spesa pubblica. In merito alle misure di politica monetaria adottate, che sembrano essere garantite ancora per un tempo a venire considerevole, l’OCSE ritiene abbiano avuto un ruolo fondamentale nello scongiurare il peggio. Proprio su questo punto, a nostro avviso, l’OCSE rinuncia alla semplice interpretazione dei dati sbilanciandosi con evidenti suggerimenti di policy ed in particolare ritenendo fondamentale il fiscal consolidation adottato da molti paesi dell’ Area Euro soprattutto in un momento in cui una forte politica monetaria espansiva praticata dalla BCE è accompagnata da una contrazione sia nella spesa pubblica, sia nella concessione di credito da parte degli istituti bancari.
L’ assessment non rinuncia poi ad una valutazione anche nel campo occupazionale dalla quale si evince un ulteriore elemento di contrasto tra Usa ed Europa; contrasto che risulta in particolar modo dal tipo di reazione con cui i mercati del lavoro stanno reagendo. Sebbene infatti anche i dati americani svelino il più alto tasso di disoccupazione storicamente rilevato, questo sta diminuendo molto più velocemente di quanto non stia facendo in Europa. Ci chiediamo se questa sostanziale differenza non consista nella maggior flessibilità del mercato del lavoro che si è sempre riscontrata in America.
Sulla base di quanto detto, i grafici riportano le diverse situazioni esaminate dall’ OCSE. In particolare ci focalizziamo sul secondo dove si può vedere che il gap tra la quota di disoccupati da più di un anno sul totale dei disoccupati relativamente al passaggio dall’anno 2007 al 2011 è aumentato in modo importante solo in Irlanda, Spagna e per l’appunto in USA. Molto più contenuto il gap in Italia sebbene sia molto più alto in termini assoluti ossia, in generale, nella quota di disoccupati da più di un anno. Vale a dire che il passaggio dall’ultimo trimestre del 2007 ad oggi non ha particolarmente accentuato il numero di disoccupati di lungo periodo in Italia rispetto al totale dei disoccupati confermando così una cronica e spiacevole situazione nella quale più del 50% dei disoccupati in Italia si trova in questo stato per più di 12 mesi.
Un punto delicato, che non abbiamo voluto trascurare, si ritrova in un altro documento[2], di medesima pubblicazione, fondato sul confronto tra le riforme che l’OCSE ritiene di primaria necessità e le rispettive politiche messe in atto dai governi. Per quanto riguarda l’Italia, non tutti i provvedimenti sono stati avviati o completati e molto dipende soprattutto dal fatto che il nostro abituale iter legislativo è sempre risultato essere piuttosto ingessato. Ad ogni modo, riconosce l’OCSE, l’avvento del governo Monti ha sicuramente accelerato alcuni processi di liberalizzazione in corso; come quello inerente all’abbattimento di barriere in favore della concorrenza. In tema d’istruzione, per esempio, ma più nello specifico, nella gestione del sistema universitario in materia di spesa sostenute dagli atenei e tasse prelevate, ci sarebbero dovute essere riforme più profonde. L’Italia si è limitata a separare la parte amministrativa dai centri di ricerca al fine di riuscire ad assicurare un miglior servizio. Sebbene queste fossero note preponderanti, l’OCSE non ha omesso di ricordare ancora una volta l’importanza dei processi di decentramento delle contrattazioni salariali, che hanno portato come principale conseguenza la differenziazione dei salari specialmente nel settore privato; l’importanza della rivisitazione della tutela dei contratti standard di lavoro, ossia tutto quello che concerne le polemiche sull’art. 18; ed ultimo ma non meno importante, il ruolo del processo di privatizzazione e riduzione della public ownership in parte arginate dal referendum dello scorso giugno 2011.
Alberto D'Antoni



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